Dipingere oggi sembra esser diventata attività desueta, ai margini di una contemporaneità nella quale i riferimenti linguistici, storici e iconografici si sono vorticosamente moltiplicati. Mi sento molto coraggiosa nell’addentrarmi in una riflessione che tenta di cogliere le costanti esistenziali che accompagnano l’uomo fin dagli albori della sua e della mia storia cercando poi di suggerirmi e di suggerire sintesi iconologiche relative al nostro tempo e alle mie esperienze di vita. Come disse Picasso: “La pittura è una professione da cieco: uno non dipinge ciò che vede, ma ciò che sente, ciò che dice a se stesso riguardo a ciò che ha visto”. Attimi che si fondono con la poesia, in un atteggiamento religioso (nel senso simbolico del termine “religo” cioè riunisco) e nel quale l’ humana virtus può ritrovare una collocazione plausibile per rapporto alle schizofrenie, alle manie, alle mode e agli assurdi del contemporaneo che la stessa storia dell’arte con i suoi malintesi ha generato. Mi rendo conto che l’uso frequente del nero nei miei dipinti contiene aspetti metaforici e simbolici anche per rapporto al tempo presente, in cui il progresso tecnologico e le perversioni del mercato, inneggiano ad una politica di consumismo pornografico o “romantico” dei sentimenti. Se non si riassume l’iconologia e la simbologia riferita al color nero in uno stereotipo riferito alla negatività e alla morte, il nero che propongo spesso scaldato con catrame liquido, ha molteplici risvolti in una riflessione sul senso del contemporaneo. È forse tipico di molti periodi di decadenza culturale e, oggi, anche di degrado ambientale, che urge ravvicinarsi con autenticità e umiltà all’essenza e all’origine delle cose per poter rintracciare connessioni analogiche tra fisica, metafisica, metafora e simbolo . In questo senso cerco di vivere ed operare con una ragion d’essere che coniughi il presente con la poesia di un futuribile, in una sorta di sospensione alchemica tangibile nei miei lavori al nero.

Dina Moretti



Traduzione in tedesco - Deutsch Übersetzung

Das Malen scheint heute eine überholte Beschäftigung geworden zu sein, am Rande einer Gegenwart, in der sich die linguistichen, historischen und ikonografischen Bezüge unendlich vervielfacht haben. Ich komme mir sehr mutig vor, dass ich mich in eine Reflexion vertiefe, die versucht, die existentiellen Konstanten zu erfassen, di eden Menschen seit der Frühzeit seiner und meiner Geschichte begleiten, und dann versuche, mich inspirieren zu lassen und ikonolofgische Synthesen bezüglich unserer Zeit und meiner Lebenserfahrungen vorzuschlagen. Wie Ricasso einmal sagte: “Die Malerei ist ein Beruf für Blinde: man malt nicht, was man sieht, sondern was man fühlt, das, was man über das Gesehene zu sich selbst sagt”. Momente, die mit der Poesie verschmelzen, in einer religiösen Haltung (im sybolichen Sinne des Begriffs “religo”=ich vergine), in der die humana virtus eine annehmbare Stellung wiederfinden kann im Verhältnis zu den Schizophrenien, Manien, Moden und Absurditäten der Gegenwart, die die Kunstgeschichte mit ihren Missverständnissen selst erzeugt hat. Mir ist klar, dass die häufige Verwendung der Farbe Schwarz in meinen Gemälden metaphoriche und symbolische Aspekte enthält, auch im Verhältnis zur heutigen Zeit, in der tecnologische Fortschritt und die Perversionen des Marktes einer Politik des pornografischen oder “romantischen” Konsums der Gefühle zujubeln. Wenn man die Ikonologie und Symbologie der Farbe Schwarz nicht in einem Stereotyp der Negativität und des Todes zusammenfasst, hat das Schwarz, das ich oft mit flüssigem Teer erhitze, vielfältige weitere Seiten in einer Reflexion über den Sinn der Gegenwart. Möglicherweise ist es für viele Zeiten kultureller Dekadenz und, heute, auch der Umweltschädigung charakteristisch, welche darauf drängt, sich mit Authentizität und Bescheidenheit dem Wesen und Ursprung der Dinge wieder anzunähern, um analoge Verbindungen zwischen Physik, Metaphysik, Metapher und Symbol aufspüren zu können. In diesel Sinne versuche ich zu leben und zu arbeiten, mit einer Daseinsberechtigung, die die Gegenwart mit der Poesie eines Futurismus vereint, in einer Art alchimistischen Schwebe, die in meinen Arbeiten zum Schwarzen greifbar wird.

Dina Moretti


Scritto in occasione della mostra alla Galleria Mosaico – Chiasso – novembre 2008

La scelta di non appellarmi ad un supporto critico per presentare il mio lavoro in questa mostra non è stata facile. Il confrontarmi con lo scrivere è stata però un’esperienza arricchente sotto molti punti di vista. Forse lo scrivere mi aiuta anche a posizionarmi per rapporto all’attuale scenario sempre più fitto e complesso della tanta e forse troppa produzione artistica e, una prima domanda che mi pongo, come artista in campo, è: a quale bisogno essa corrisponda. L’addentrarmi nel mondo dell’arte e, in particolar modo nella pittura è per me un mezzo e al tempo stesso una necessità vitale per nutrire e vivificare quella dimensione umana che non di solo pane si nutre e senza la quale la vita stessa perderebbe buona parte del suo senso. Non voglio qui approfondire tematiche filosofiche, ma non posso dissociare la pratica della pittura e delle arti in generale dalla sfera spirituale, perché è ad esse che questa appartiene fin dagli albori. Per dimensione spirituale intendo tutto ciò che è antecedente la parola, la comprende e, al tempo stesso, la oltrepassa. Vivo la parola come importante veicolo nelle relazioni umane e nello stesso tempo ostacolo nell’espressione dell’inesprimibile, di cui la religiosità è parte integrante. Sono convinta che tutti noi, in modo più o meno consapevole, portiamo dentro le tracce di una religiosità incontaminata dai dogmi delle chiese e delle confessioni, una religiosità archetipica (re-ligare) confermata dal fatto che sempre più spesso, oggi, è diventata scelta e fatto personale. Credo che la modernità ci ha portato a stati di consapevolezza sempre più ampi, ma allo stesso tempo a fenomeni di eresia dell’anima ben leggibili nella decadenza culturale e nel nichilismo contemporanei. Spesso mi sento sola nella ricerca che tende ad oltrepassare l’apparenza delle cose, tanto più che oggi il culto dell’esteriorità è atteggiamento assai più diffuso di quello riflessivo e introspettivo. Le certezze e i credo precostituiti creano un senso di sicurezza, ma non soddisfano e tanto meno esauriscono una ricerca di senso che integri i paradossi della vita; sprofondare nella depressione oppure affrontare e penetrare il mondo dell’ombra e del mistero? Quando dipingo il barlume delle forme che affiorano dall’oscurità, sento che appartengono a qualcosa di profondo e arcaico, a qualcosa che, varcando la soglia dell’apparenza, ne rinnova il senso. Un po’ come di fronte all’immagine di un simbolo: inseguo nell’ombra la luce di verità che contiene integrando poi il mio piccolo vissuto in una dimensione più ampia che mi restituisce uno stato di appartenenza al tutto. Il dialogo attorno all’opera scaturisce dunque dal rapporto con lo spettatore solo se avviene una sorta di matrimonio tra spiriti sottesi ad un’unica Idea generatrice. Il mio punto di riferimento è proprio quest’idea, un’idea di cui l’oggetto è solo il pretesto che racchiude e sintetizza l’esperienza personale integrata con l’esperienza umana più generale nel costante dibattito tra dualismo terreno e assoluto divino. L’esercizio della pittura mi permette di visualizzare possibili sintesi d’integrazione di opposti quali, per esempio: ragione-intuizione, forma-non forma, luce-ombra, geometria- organicità, micro-macrocosmo e di viverne gli inevitabili paradossi che lasciano aperta la via dell’imponderabile. Il dialogo tra tutti questi elementi trova un proprio ordine sulla superficie del dipinto grazie alle leggi della composizione, a volte trasgredite da licenze poetiche funzionali al manifestarsi dell’idea sottesa. Sono consapevole del fatto che il post-moderno è una ripresa di elementi e concetti già conosciuti. Non c’è nulla da inventare, si possono solo trovare nuovi modi d’interpretare e quindi nuovi approcci al passato per nuove sintesi nel presente e nuovi modi di affrontare il futuro. L’idea universale, l’arché intimamente connesso all’umana profonda sofferenza intrinseca alla vita è esprimibile solo attraverso le arti in tutte le sue forme , per le quali è necessaria molta disciplina interiore … facile a dirsi, un po’ meno a farsi! La pittura è, per me, un mezzo indispensabile per il quale, con l’andar degli anni, ho ridotto, fin quasi all’essenziale, sia gli strumenti di partenza che gli strumenti d’azione. Mi spiego meglio: innanzi tutto cerco sempre di “crearmi” le superfici sulle quali lavoro scegliendone dimensioni e qualità partendo da vecchie lenzuola o assemblando e riciclando in vario modo materie cartacee. Nel caso delle stele preparo un recto-verso che taglia lo spazio pur essendone parte integrante. Sulle superfici preparate proietto micro-immagini catturate in natura: immagini del microcosmo che rapiscono le emozioni. Indago ed elaboro queste immagini attraverso schizzi, disegni, che non escludono elaborazioni computerizzate, finché ciò che mi si presenta agli occhi è qualcosa che sento appartenere ad una dimensione profonda. Per mezzo della pittura ne compio poi una sorta di sintesi alchemica che mi permette di tradurre l’immagine in espansione su diversi formati e supporti. E`un processo di pulizia, di sintesi, volto alla ricerca di un’essenzialità che ha l’ambizione di contenere il tutto … a volte ci riesco, a volte m’accontento accettando i limiti, a volte è un fiasco, ma con l’esperienza sento che pian piano e faticosamente m’avvicino a qualcosa di autentico ed essenziale. L’esperienza col colore mi ha portata, per coerenza d’intenti, ad una sorta di epurazione e allontanamento dai chiassosi accostamenti da cui siamo già quotidianamente bombardati. La ricerca meditativa verso l’essenzialità dell’Essere, mi ha condotta, dopo la stesura di migliaia di campionature cromatiche, ad un colore che potesse contenerli tutti e allo stesso tempo non contenerne alcuno. Questa operazione di sintesi mi ha guidata verso il nero: un nero scaldato con catrame liquido; una sorta di colore-non colore, che coerentemente accompagna la forma-non forma dell’immagine che si sviluppa lentamente sulla superficie. La tecnica della pittura ad olio mi consente di seguire questa lentezza in un dialogo meditativo che mi aiuta ad avvicinare lentamente l’Essenza. Concludo questa riflessione con una citazione dell’artista Claudio Parmigiani: - Parlare del proprio lavoro significa tacere, perché l’opera è un’iniziazione al silenzio.-

Dina Moretti